Skip to content

La Diaspora

All’inizio furono solo degli scricchiolii nella struttura del tetto.Il groso palazzone sorgeva al centro della città ed era diventato parte integrante del paesaggio urbano, come avviene per gli edifici molto vecchi che in una città ne diventano storia. Era abbastanza scalcinato ma solido nell’apparenza, squadrato con ampi tetti spioventi,  lì da almeno cento anni. Tra le tegole rosicce e abbrunite dal tempo, al riparo dei numerosi camini, aveva nidificato un’ampia colonia di Splineriane, piccoli uccelli grandi volatori. E così inizialmente furono solo questi piccoli animali a percepire il pericolo. Volavano nervose compiendo ampi giri sui comignoli e stridevano del loro fievole verso che era diventato più acuto e frequente. Sono animali di indole soltaria ma ora invece si trovavao sempre più spesso a volare in gruppi serrati e costruivano come delle nuvole scure e veloci che si addensavano ad alta quota per poi precipitarsi in rapide picchiate verso valli remote come alla ricerca di altri luoghi dove nidificare. Dopo qualche settimana però i segni del cedimento divennero più manifesti; si udivano sempre più spesso lugubri barriti all’interno delle stanze oramai vuote dell’edificio. Arrivò un gruppo di tecnici del Comune ad ispezionare lo stabile che fu transennato, dichiarato inagibile e da demolire. C’erano sempre più spesso gruppetti di curiosi di fonte al palazzo che parlottavano preoccupati tra loro, guardavano oltre le transenne con aria mesta ed in alto nel cielo  a seguire i virtuosismi degli uccelli. Nel cielo ferveva sempre più incessante l’attività delle Splinderiane. Volavano nervose, veloci in gruppo come a consultarsi sul da fare, dove migrare, rassicurarsi. Singolare come questi animali schivi e solitari fossero diventato stormo, comunità sociale.

Quando lasciamo un luogo che abbiamo abitato per anni, solo allora ci rendiamo conto di appartenergli. Sia un quartiere o una città che lasciamo per un’altra destinazione, allora ci rendiamo conto dell’umanità e dei visi quotidiani anche se anonimi che condividevamo senza saperlo. Se non ci fosse il trasloco probabilmente avremmo continuato a vivere in una comunità senza saperlo, magari nel fastidio di gesti, facce, luoghi della nostra vita quotidiana. Ed ora che li lasciamo ce ne sentiamo defraudati orfani. Manterremo i contatti con gli affetti costruiti nel posto che abbandoniamo ma incredibilmente ci accorgiamo che ci mancheranno quegli esseri che abbiamo sempre ignorato con fastidio, dei quali avremmo sempre voluto fare a meno, cancellarli dalla nostra vita ed ora ne sentiremo la mancanza. Così rimpiangeremo quel signore infagottato che incrociavamo nelle nostre passeggiate col cane e non abbiamo mai salutato, quella signora impicciona che ci guardava dritto negli occhi uscendo dal supermercato. Quelli non li avremo più ed incredibilmente ci mancheranno. Ma queste sono mie digressioni che non c’entrano niente col tema dello scritto che è di natura ornitologica. Mi scusi il gentile lettore per questi miei pensieri al vento.

Le Splinderiane mostrarono un comportamente veramente nuovo per la loro specie, un gruppo di ornitologi stabilirono un campo di osservazioni per analizzarlo e cercare di interpretare tale anomalo comportamento. Il grande stormo di uccelli passò al setaccio l’intero territorio nel raggio di 10 Km. per scegliere il luogo verso cui trasmigrare. Dopo questa fase di sondaggio la popolazione si suddivise in 2 grossi sottogruppi più altri piccolissimi gruppetti, ognuno dei quali sceglieva una specifica destinazione. Il primo migrò verso il paese di Bloggotown, popoloso paese di campagnia dal clima mite e dalle grandi distese di campi coltivati a girasole. Altro gruppo scelse invece la città industriale sulla costa: Townpress, città metropolitana, scalo ferroviario e porto mercantile. Altri gruppetti più piccoli scelsero invece altre destinazioni. Nel giro di qualche mese le Splinderiane raccolsero tutto il contenuto del loro nido originale e lo ricostruirono praticamente identico nel nuovo sito scelto, comportamento mai riscontrato in altri uccelli stanziali. Andavano avanti ed indietro trasportando tantissimo materiale accumulato nei loro nidi. Ed ora a pochi giorni dalla demoliziono del palazzone si vedono gli ucceli tornare ancora a volteggiare per raccogliere gli ultimi oggetti dai vecchi nidi ( libri di Grossman, poesie della Marini, fotografie, canzoni, …) Pochi esemplari rimangono appolaiati sui camini ed aspettano non si capisce bene cosa.
Le meraviglie della Natura non termineranno mai di sorprenderci !

Dell’amore

Il grande palazzo fortificato incuteva un certo timore a guardarlo così di fronte al suo ingresso principale, un alto e massiccio portone in legno. L'edificio  estendeva le sue mura di fortificazione su una pianta quadrangolare in cima ad una altura che dominava l'intero paese. Questo si distribuiva  ai suoi piedi fornendo, in virtù dei suoi tetti rossi,  l'immagine di un gigantesco melograno caduto al suolo a spargere i suoi grani giù nelle valli a partire dai piedi del palazzo.
 Il ragazzo saltò giù da cavallo con un balzo e trattenendo  per per le briglie il suo focoso cavallino, un arabo nero che scalpitava fumante, sudato per la corsa che l'aveva condotto fin lì,  si avvicinò al portone con passo spedito a bussare.
Nello scendere da cavallo si era aperto il il mantello nero che lo aviluppava e tirato giù il cappuccio mostrandosi.. Chioma chiara disordinata al vento, non molto alto, sguardo deciso e con quella luce diafana che danno gli occhi chiari,  armonioso e vitale nel fisico e nel portamento come sa essere un ragazzo a 20 anni, vestiva  abiti comodi per cavalcare e di buona fattura, : il calzone grigio si infilava in basso negli  stivaletti di pelle allacciati alle caviglie, sopra una ampia blusa di panno verde  stretto in vita da una grossa cintura dalla quale penzolava un piccolo pugnale da caccia con l'impugnatura impreziosita da bassorilievi in argento, unico orpello in un abbigliamento piuttosto spartano.
Si aprì una porticina nella feritoia del portone e da questa intravide la faccia aggrottata del guardiano, un uomo scuro che appena lo vide, prima che dicesse il suo nome strabuzzò gli occhi come se gli potessero cader fuori dalle orbite e visiibilmente impallidito si affrettò ad aprirgli.
Fu chiamato un servitore dalle stalle che prese in consegna il cavallo e  gli fu detto  di aspettare lì per sapere se il Signore poteva riceverlo così senza preavviso. Così il ragazzo stette nell'ampio arco di ingresso a guardare  il ventre del palazzo.L'interno era completamente diverso dall' esterno,  tanto austero minaccioso e silenzioso quello tanto vivo, rumoroso, accogliente il suo interno. Una popolazione variopinta e vociante  lo abitava. Al centro una amplissima coorte, praticamente una piazza di paese con un grosso pozzo al centro , lastricata di grossi quadrati di pietra ed un pò disconnessa dai passi di tanti negli anni. C'era un gruppo di  bimbetti sporchi che giocavano a piedi nudi sul selciato, alcuni servitori che si spostavano da un'ala all'altra del grande edificio. Sotto i portici che ne percorrevano il perimetro interno dell'edificio  si aprivanovari locali, botteghe,  magazzini da cui fuoriuscivano i suoni e gli odori delle differenti attività che si praticavano. Così  dall'altra parte riconosceva i grandi spazi delle cucine, dalla parte opposta le stalle dove si dirigeva il servitore col suo cavallino.  Al primo piano poi si articolava una balconata ed oltre le porte vetrate che vi ci affaciavano  si intravvedevano gli ampi corridoi della dimora padronale illuminati, su ancora una fila di finestre, alcune scure altre leggermente illuminate, forse Lei era lì,  nella sua stanza che lo guardava.
Giunse un vecchio in giacca, magro e grigio, probabilmente un segretario che gli disse di seguirlo. Il ragazzo lo seguì in silenzio sotto i portici e nel percorso aveva l'impressione che si facesse il silenzio al suo passare, che tutti si fermassero sospendendo la loro azione per guardalo. Il vecchio prese a destra per un ampio scalone che li condusse al piano di sopra. Qui fu in un ampio corridoio illuminaso da grosse lampade che penzolavano dal soffitto alto, lo percorsero per un tratto poi l'uomo aprì una porta e lo introdusse in una stanza. Chiuse la porta alle loro spalle e lo fece accomodare ad una sedia di fronte ad una scrivania rimanebdo in piedi dall'altro lato in silenzio. 
Il ragazzo si guardò attorno, era una stanza non molto grande illuminata per metà dalla luce del sole che veniva dal balcone al lato della scrivania di fronte a lui, mentre l'altra metà era illuminata dalla luce fluttuante e rossastra  di un grande camino nel quale bruciava della brace. Ai lati grossi quadri di antenati davano un senso austero allo studio del padrone di casa. E questì entrò di colpo da una porticina laterale dietro la scrivania che il ragazzo non aveva notato irrompendo rumorosamente. Era un uomo grande e grosso in un abito scuro, calzava degli stivaloni che gli conferivano un'aria militaresca poco rassicurante e lo guardava accigliato. Il ragazzo scatto in piedi, lo salutò dicendo: "Signore, sono …"
"Lo so chi sei !" –  lo interruppe quello con voce dura – " Devo ammettere che hai del coraggio ragazzo,a presentarti qui, di fronte a me. Sai che avviene tra le nostre famiglie, vero? "
"Lo so Signore e me ne dispiace. Ma il mio non è coraggio. Il coraggio è  quella forza che serve a stringersi il cuore in un pugno e partire per la guerra. Il coraggio serve a far violenza al nostro cuore pulsante per trafiggere il cuore di un nostro avversario. Il coraggio serve a vincerlo il nostro cuore per uccidere, per offendere, perchè lui saprebbe trovare un'altra possibilità. Ma per me ora non è così. Ora è il cuore padrone di me, che mi comanda in questo momento  e quando il cuore si impossessa di noi, del nostro braccio e della nostra testa è perchè non ha scelta,  e non ci offre altra via di scampo, altra opzione di vita non c'è, perchè è così quando l'amore impera dentro di noi. C'è una sola via. E perciò io sono qui, non per coraggio, ma perchè non ho scelta. Signore Capuleti io amo sua figlia Giulietta come è più della mia vita. Io vengo qui in pace a chiederle di concedermi la mano di sua figlia. Farebbe di me un uomo felice, so che sarebbe lo stesso anche per sua figlia. E la felicità può portare solo altra felicità, ne sono persuaso, la nostra unione non potrebbe che portare felicità nelle nostre famiglie divise.".
Aveva detto tutto senza prender fiato, un pò esaltato dal suo sentimento ed ora taceva immobile con le gote leggermente arrossate.
Zittiva anche il Signore che fece cenno al segretario di lasciarli soli, si sedette e fece accomodare anche Romeo di fronte a lui. Lo scrutava perso nei suoi pensieri, gli piaceva l'ardore di quel ragazzo, non sorrideva però, manteneva il suo sguardo duro ma si capiva che si era aperta una breccia.  Dopo quella breve sospensione che parve ad entrambi lunghissima si scosse ed inizio a parlare con un vocione fermo ma non più minaccioso:  "Ragazzo sai usare le parole per ghernire il cuore di un vecchio padre" – e qui gli sfuggì un sorriso, immediatamente celato – "Ho compreso le tue ragioni ma ci sono questioni più in alto di te. Non posso io da solo darti una risposta ma voglio passare sopra gli insulti che mi sono venuti dalla tua famiglia e dirti solo questo per il momento: ci penserò e mi opererò perchè altri e non solo io condividano la tua richiesta di pacificazione. Questo è quanto."
Il ragazzo capì che quello era il commiato. Si alzo, ringraziò ossequiente il vecchio Signore ed andò via.
Il vecchio rimase solo nella stanza in cui l'unico suono sottofondo dei suoi pensieri rimase il crepitio della brace nel camino. Si alzò e lentamente si avvicino al balcone dal quale vedeva il cortile interno ora attraversato con passo lesto da Romeo. Vide lo stalliere che gli riconsegnava il cavallo nero e lui balzare in groppa e spronarlo al galoppo, per sparire oltre l'ingresso. Sorrise bonario. Gli piaceva quel ragazzo che gli ricordava i suoi anni verdi, che gli invidiava. Poi scacciato il sentimentalismo riprese a pensare lucido e cinico. Un matrimonio riappacificatorio sarebbe risultato benefico per le loro famiglie, per i loro affari a cui non facevan bene anni di rivalità.
Passò l'inverno ed in primavera a Verona ci fu un evento cittadino gioioso e seguito da tutti con grande partecipazione: il matrimonio di Giulietta e Romeo. La coppia era bellissima e sprigionava felicità contagiosa, furono accolti da grande manifestazione sincera da tutto il popolo della loro città. All'uscire dalla chiesa ebbero inizio i festeggiamenti di tutta la comunità: corteo, giochi, balli per un giorno intero culminati con un grande spettacolo pirotecnico fino a tarda notte. Quel matrimonio iniziò un periodo propizio non solo per i due innamorati, per le loro famiglie riappacificate ma per l'intero paese.

Se fosse andata così William Shakespeare avrebbe potuto scriverne una deliziosa commedia come sapeva fare ma certamente non il dramma sull'amore passato ai posteri che tutti noi conosciamo. Verona non sarebbe certamente diventata meta di pellegrinaggio di tutti gli innamorati del mondo a celebrare la coppia icona dell'amore romantico. Sì, perchè l'amore romantico deve essere sfortunato. E più è sfortunato, più è considerato  importante e profondo. Gli amori lieti finiscono per apparire banali, perchè in fondo la felicità è banale mentre invece la sofferenza, le avversità all'amore, le incomprensioni sembrano elementi essenziali per definire una vera storia d'amore degna di essere raccontata e forse anche vissuta ……

Se ne va ?

Na strada miezz o mare.(Creuza de mä)

Una favola africana

 Nella Giungla scoppia un terribile incendio che divora alberi, sterpaglie ed avanza velocemente e si ingigantisce sempre di più. Gli animali sono tutti impazziti e scappano in ogni direzione in preda del panico in un grande frastuono di barriti, ruggiti,  scalpitii, urla …C'è un piccolo colibrì che invece non scappa,  vola sui fiori ancora intatti e con il piccolo becco raccoglie una goccia d'acqua e quindi vola tra le fiamme dove lascia cadere la sua goccia d'acqua e continua questo via vai senza mai fermarsi. Il Leone, re degli animali, si accorge di questo strano comportamento e ruggendo grida al piccolo uccellino:  
"Ma che fai ? Non serve a niente una gocciolina !".
Ed il Colibrì gli risponde: "Faccio la mia parte.".
 

Mu’ammar Gheddafi (Sirte 7/6/1942 – Sirte 20/10/2011)

Soli

Li abbiamo lasciati soli i nostri ragazzi. Gli abbiamo insegnato lo sdegno, gli abbiamo indicato le storture, li abbiamo cresciuti nel mito della ribellione degli oppressi, nell'ideale della giustizia, dell'impegno per cambiare il mondo. Ed ora li abbiamo lasciati soli, gli abbiamo indicato i prepotenti che lucrano sulla quotazione del grano, che esportano la democrazia con le bombe, che affamano i popoli perchè non vogliono cambiare le regole. Glieli abbiamo indicati ma non gli abbiamo saputo indicare una soluzione. Ci sdegniamo, ci opponiamo ma la politica che proponiamo non cambia le regole,  incapace di mutare una virgola dell'economia dominante non sa risolvere.  Così li lasciamo soli, armati degli  zainetti che gli abbiamo comprato per la scuola, il casco per lo scouter, le icone dei nostri miti sud-americani, le pietre in tasca come ci piace commuoverci, a combattere una guerra da perdere perchè di violenza senza possibilità, pronti a condannarla, buoni solo a prenderne le distanze, a tradire il frutto dei nostri visceri e del nostro vivere. Vergognamoci !